giovedì 5 maggio 2016

Bretelle catarifrangenti


Ha fatto scalpore sui social network la proposta di un politico torinese di rendere obbligatorio l'uso di accessori ad alta visibilità come gilet o bretelle per i ciclisti che circolano col buio sul territorio del capoluogo piemontese. Tralasciando la presunta illegittimità di tale manovra, trovo che il codice della strada già adesso prescriva le giuste dotazioni per quel che riguarda la visibilità con l'obbligo di luci anteriori e posteriori e catarifrangenti su ruote e pedali. Quindi se si vuole migliorare la sicurezza dei ciclisti trovo molto più utile andare a controllare che la gente non giri senza luci - e purtroppo ce ne sono tanti - piuttosto che inventarsi nuove regole.

Metto subito in chiaro che sono fermamente contrario a quest'obbligo esattamente come sono contrario all'obbligo del casco nonostante lo indossi sempre. Tuttavia ci sono situazioni in cui è meglio farsi vedere e mi sono preso su Amazon queste bretelle per poco più di un deca. Si trovano anche nei negozi di autoricambi e forse anche nei supermercati più forniti. L'acquisto via web però permette di scegliere tra molti più modelli e io ho optato per un tipo dotato di chiusura anteriore che lascia aprire le bretelle per poterle infilare di lato come se fossero una camicia invece che dall'alto come una t-shirt. Indossandole ho notato subito che non si fa la figura di un operaio in un cantiere autostradale o di uno steward allo stadio come invece capita coi gilet. Esteticamente impattano molto poco e, cosa ancora più utile, essendo costituite da poca stoffa non fanno pezzare come cavalli sotto sforzo e, una volta appallottolate, si infilano in qualunque tasca, anche piccola. Ma nonostante le dimensioni ridotte le strisce rifrangenti brillano per bene se colpite da un fascio luminoso che parte da una zona vicina agli occhi dell'osservatore come possono essere i fari di un'automobile.


Sulla schiena si forma una bella X che aiuta a tenere le bretelle ben ferme anche se ci si agita quando si sta in sella. Purtroppo, sempre sulla schiena, le bretelle diventano quasi invisibili se indossiamo una messenger bag o uno zaino che andrà a coprire quasi tutta la superficie riflettente e questo capita praticamente sempre in città se abbiamo della roba da trasportare. Il consiglio è di usare zaini e borse specifiche da bici che siano già dotate di bande riflettenti.


Sì, ho fatto le foto su un servomuto con la parte superiore di un mio pigiama.

In conclusione ha senso dotarsi di quest'aggeggio? Forse, ma non speriamo di essere magicamente visibili perché se uno è così imbecille da guidare mentre whatsappa non sarà certo un giubbottino catarifrangente a salvarci la vita. E nella mia esperienza personale ho perso il conto delle volte che ho rischiato di essere arrotato di giorno e in pieno sole.
Le indosserò sempre queste bretelle? No, ma me le terrò in borsa nel caso dovessi affrontare tratti pericolosi, troppo bui o semplicemente nelle giornate di nebbia. Hanno sicuramente senso da indossare andando a percorrere di giorno tragitti che prevedono un alternarsi casuale di tratti illuminati e tratti bui, come può essere una strada che attraversa delle gallerie. La discesa da Claviere verso Cesana o il giro dell'Izoard tra Guillestre e Arvieux sono esempi perfetti per chi conosce le zone. Peccato che siano itinerari da fare in bici da strada e non spostamenti urbani notturni. Chissà se chi ha pensato per primo a quest'obbligo l'avrebbe mai immaginato...

martedì 22 marzo 2016

Infinity Pedal


Qualche tempo fa un amico partecipò a una campagna su kickstarter che aveva l'intento di lanciare un progetto per dei pedali da bici innovativi e tra una storia e l'altra sti pedali sono finiti a me per farne un piccolo test.
L'idea di fondo è quella di avere infinite facce di aggancio e spiazzare la concorrenza dei classici pedali da strada che si bloccano solo su un lato, di quelli da mtb che si bloccano su 2 e superare addirittura gli egg beater di Crank Brothers che hanno il meccanismo su 4 lati. L'idea di per sè è semplice: la forma del pedale è tonda e la tacchetta si aggancia direttamente a un anello che copre i cuscinetti. Il meccanismo è quindi sempre disponibile in qualsiasi posizione si trovi il pedale. Tra i 2 cuscinetti c'è poi una molla coassiale che tiene il cuscinetto più interno in posizione e si comprime permettendo lo sgancio quando si va a ruotare la scarpa come su qualsiasi altro pedale automatico.




La confezione è composta di una scatoletta metallica con i vari pezzi bloccati dentro della spugna opportunamente sagomata. Il contenuto comprende i pedali, le tacchette da attaccare alle scarpe e la viteria necessaria. A me sono arrivati 2 set di tacchette, ma non so se sia un regalo esclusivo per i generosi finanziatori di kickstarter o se sia la dotazione standard per tutti quelli che compreranno questi pedali nella loro versione commerciale. C'è anche un piccolo foglietto sul retro del coperchio che spiega come piegare le linguette delle tacchette per facilitare l'aggancio.


Nonostante l'attacco delle tacchette sulla scarpa sia di tipo mtb, questi sono pedali da strada. 



Veniamo alla prova sul campo; la prima cosa veramente valida e interessante di questi pedali è il peso. Sono molto più leggeri di altri pedali analoghi che si possono montare su una scarpa da mtb. Io ho fatto un paragone con dei classici Shimano PD-M540 che costituiscono la gamma medio-alta del marchio giapponese per quel che riguarda la mtb.
L'insieme completo di pedali, tacchette e viteria segna 244 g (197 solo pedali) per i Mobius, mentre la bilancia sale a 400 g (348 solo pedali) per gli Shimano: insomma, una bella differenza!

 
 
Sì, ma come vanno sti pedali? Ecco, qui non sono rimasto soddisfatto. Premesso che sono più di 10 anni che uso pedali automatici (essenzialmente spd e speedplay) quindi non sono proprio un novellino che cade dalle nuvole, ho trovato il meccanismo parecchio scomodo. Sicuramente è una questione di abitudine perché invece di spingere la scarpa verso il basso bisogna piuttosto farla scivolare in avanti ed è un gesto che non faccio mai, ma avere difficoltà ad agganciare un pedale che sbandiera slogan come "infinite engagement positions", "self guided engagement" e "no-look clip in" vuol dire che forse c'è qualcosa da rivedere nell'insieme pedale-tacchetta. Inoltre, cosa ancora più fastidiosa, il fatto che la tacchetta appoggi direttamente sui cuscinetti fa sì che, mentre si cerca di agganciare, la scarpa scorra avanti e indietro perché manca quell'attrito dei pedali tradizionali contro la suola e che permette di "sentire" come abbiamo appoggiato il piede per andare poi a dare il colpo finale e agganciare sui sistemi tradizionali. Ripeto, sarà l'abitudine, ma non ho provato nessun vantaggio in termini di facilità di aggancio rispetto alla concorrenza.
Quando c'è da sganciare la forza che serve per staccarsi è troppo blanda e soprattutto l'azione risulta troppo lineare diversamente da tutti gli altri pedali automatici che in prossimità dello sgancio diventano leggermente più duri per avvisare il ciclista che ci si sta avvicinando all'apertura. Non c'è quasi soluzione di continuità tra pedale bloccato e pedale aperto e spesso mi sono trovato sgranchendomi le gambe coi pedali sganciati a causa dei micro movimenti rotatori che si fanno con le caviglie. L'assenza di un registro per tarare la durezza della molla non aiuta.
Ultima cosa sgradevole: le tacchette sono decisamente più spesse di quelle tradizionali da mtb e sulle mie scarpe che sono un po' consumate spuntano di qualche millimetro con conseguente rumore e danni al pavimento quando si cammina su superfici delicate.
Peccato perché i pedali sono leggeri, esteticamente molto gradevoli e soprattutto la trasmissione della potenza mi è sembrata di tutto rispetto, ma per come funzionano non so se me la sentirei così su due piedi di montarli su una bici pronta per correre in gruppo a 50 all'ora.

Idea innovativa e sfiziosa, ma la realizzazione è da migliorare.

http://www.mobiuscycling.com/



mercoledì 25 marzo 2015

Piste ciclabili.


  


Se ne parla tanto. Tra i ciclisti c'è chi le vorrebbe in qualsiasi strada per pedalare sicuro e chi le snobba per principio considerandole un'oscena prigione di cui non ci deve essere bisogno. Io personalmente cerco di analizzare la questione in modo un po' più scientifico e sono giunto alla conclusione che la verità sta un po' nel mezzo: le piste ciclabili sono utili, ma non si può pretendere di averne sempre una che passa sotto casa e soprattutto ci sono anche situazioni in cui non rappresentano la migliore soluzione di mobilità. Ovviamente affinché siano utili devono essere ben progettate, ben realizzate e soprattutto libere da invasori di ogni sorta. Non importa se sono pedoni, pisciatori di cani o automobili parcheggiate: le piste devono permettere di viaggiare fluidi e senza intoppi.
Ma cosa dice la legge? In Italia il codice della strada all'articolo 182 dichiara che le ciclabili, se ci sono, vanno usate. Quindi c'è poco spazio all'interpretazione: se di fianco a una ciclabile decidiamo di andare in strada siamo sanzionabili. Oltre alla multa però ci sono anche altre variabili da valutare e la prima è senza dubbio la sicurezza. Ovvero: anche se siamo obbligati, è conveniente pedalare sempre sulle ciclabili? Secondo me no, almeno non sempre. Facciamo qualche caso per chiarire.



Famiglia coi bimbi che va a spasso la domenica
Se chi pedala raggiunge a mala pena punte dei 10 km/h o ha tolto le rotelline la settimana scorsa, l'uso di una pista ciclabile è consigliato senza ombra di dubbio. Mettere per strada un bambino o una qualsiasi persona che non riesce a padroneggiare adeguatamente il mezzo è un'incoscienza. Mi è già capitato di rischiare grosso in bici e soprattutto in auto trovandomi davanti gente che non aveva la più pallida idea di cosa stesse facendo e gradirei che la cosa non si ripetesse mai più.



Gente che usa la bici come mezzo di trasporto
Questa è una situazione decisamente ambigua perché muoversi in bici vuol dire tutto e niente. Possiamo trovarci davanti a un ciclista che deve raggiungere il posto di lavoro e non ha nemmeno un minuto da perdere o possiamo aver a che fare con uno che sta andando a fare la spesa con tutta calma. La discriminante va trovata nella velocità: più ci si avvicina ai 30 km/h e meno ha senso usare le ciclabili in quanto la differenza con i veicoli a motore diminuisce e soprattutto perché ogni volta che ci si trova ad incrociare una strada aperta al traffico sarebbero necessarie violente ed inefficienti frenate per evitare di andare a scontrarsi col flusso del traffico che spesso non si aspetta che spunti una bici dal nulla.


Agonisti in allenamento
Roadie, mountainbiker o fixieboy solitamente hanno mezzi che a livello di prestazioni non sono neanche lontanamente paragonabili alle bici da passeggio che si vedono in città e di conseguenza possono raggiungere velocità da limite del codice della strada senza nemmeno troppo sforzo. Non ci vuole molto a capire che viaggiare a più di 40 km/h su una ciclabile non solo è pericoloso per sé stessi a causa della progettazione fatta per spostamenti più dolci, ma anche per i ciclisti delle categorie dei 2 punti precedenti che quasi sicuramente non sono preparati a trovarsi a fianco dei missili terra-terra vestiti di lycra che devono prendere il kom su Strava. Stare in gruppo e avere la visibilità solo sul culo di chi ci apre l'aria peggiora solo le cose.

Tutto sto bel discorso sulle varie categorie ovviamente vale solo nel caso in cui la progettazione e la realizzazione delle piste ciclabili sia stata fatta con criterio. Una riga di vernice tracciata su un marciapiede non è quasi mai un buon percorso ciclabile e spesso ci si trova in situazioni dove si viaggia in sicurezza solo a passo d'uomo o poco più.
Quindi in definitiva suggerisco di valutare bene in base al tipo di percorso e al modo in cui vogliamo affrontarlo se vale la pena viaggiare nell'illecito o se ci si può accontentare delle infrastrutture disponibili.

P.S.
Questo post mi è stato ispirato da un fallito in macchina che, mentre stavo menando in bici da corsa e mi rifiutavo di fare un'orrenda ciclabile piena di scivoli, ha deciso di perdere del tempo per ricordarmi che non dovevo viaggiare in strada. Direi che è stata una delle volte in cui ho provato più soddisfazione a vederlo bloccato in coda 100 metri più avanti e a fargli una risata in faccia mentre gli sfilavo a fianco.

giovedì 18 dicembre 2014

Vietiamo i mozzi ISO perché sono pericolosi.


Oggi voglio raccontare una storia di ciclomeccanica, aule di tribunale e risarcimenti.

Come tutti sappiamo, i mozzi pista tradizionali sono costituiti da una filettatura principale su cui si avvita il pignone e da un'altra filettatura, più piccola e in verso contrario su cui si avvita l'anello di tenuta detto anche lockring. In trazione il pignone cercherà di avvitarsi sulla sua filettatura e in frenata tenderà a svitarsi agendo però sull'anello di tenuta che a sua volta si avviterà sulla sua filettatura. Quindi il sistema sembra ben studiato per resistere alle sollecitazioni della guida e infatti è così finché un mozzo del genere viene usato in un velodromo o in qualsiasi altra occasione in cui non è prevista la skiddata. Già, perché con la skiddata si applica una coppia molto forte sul pignone e sull'anello di tenuta e spesso capita che una delle 2 filettature in gioco non regga lo sforzo e finisca per spaccarsi con conseguente danno al mozzo. Così un giorno qualche astuto meccanico di bici con una spiccata vena creativa decise di praticare 6 fori su un pignone tradizionale e montarlo su un mozzo anteriore per freno a disco ISO con asse e battuta modificata per una trasmissione da pista e magicamente tutti i problemi di mozzi sfilettati sparirono. I fissati poterono tornare a fare le loro scorribande notturne tra mojito e skiddate selvagge e ci sembrava di essere tornati nel 2008 (anno di apertura di questo blog - n.d.r).
Purtroppo però in tutte le storie a lieto fine ci deve essere sempre qualche ombra e anche qui non mancarono le disgrazie. Infatti, dopo l'installazione di tanti mozzi ISO modificati, un ingegnere meccanico con la passione per le biciclette portò all'attenzione della stampa specializzata un'inquietante correlazione tra i mozzi disco e la rottura del cannotto della forcella con conseguente caduta rovinosa e nei casi più gravi morte del ciclista in sella alla bici. La comunità ciclistica mondiale inizio a farsi delle domande e mentre si cercava di inquadrare il problema per affrontarlo in modo serio e scientifico i ciclisti più tradizionalisti - quelli che ancora oggi ti vengono a raccontare che tubeless, freni a disco e sospensioni non servono a niente - iniziarono a invadere il web di correlazioni tra mozzi ISO e forcelle spezzate. Così molti ciclisti che usavano il loro mozzo ISO con successo e non sembravano intenzionati a lasciarlo, vietarono categoricamente di usare mozzi ISO sulla loro prima fissa ai loro figli e questi non di rado si scontrarono col problema dei mozzi sfilettati, nonostante sembrava una tematica vecchia e superata.
La comunità ciclistica mondiale però non stette ferma e dopo anni di studi e approfondimenti dichiarò che non c'era alcuna relazione tra mozzi ISO e forke rotte e che i casi di incidenti erano tutti dovuti a fattori esterni. Nello specifico si trattò di montaggi fatti male, materiale difettoso, ubriachezza o semplicemente sfiga. La stampa specializzata di conseguenza aggiornò gli articoli dove si dava credito a teorie farlocche e stampò a lettere cubitali e in colore rosso la parola "RETRACTED" per far capire anche al lettore più disattento che si trattava di informazioni errate su cui non si poteva né doveva fare affidamento.
Quindi tutto OK, possiamo usare tranquilli i nostri mozzi ISO? Certo che possiamo, ma l'ignoranza dei ciclisti tradizionalisti non ha permesso alla loro sete di sparare minchiate di placarsi. E quindi tutt'oggi continuiamo a leggere blog di pazzoidi sciroccati che dicono che il complotto di Big Forka vuole insabbiare tutto e per perseguire i propri interessi economici se ne frega della salute delle persone. Purtroppo questa manica di idioti fa proseliti e in alcuni casi trova pure appoggio nelle aule di tribunale. Infatti recentemente una famiglia che ha visto il figlio schiantarsi contro un albero ha dato la colpa al mozzo ISO della sua fissa e si è vista dar ragione da un giudice ricevendo anche un cospicuo risarcimento economico.

Quello che ho appena raccontato sembra fantascienza vero? Sbagliato. Proviamo a sostituire "mozzo sfilettato" col nome di una qualsiasi malattia mortale fino a un secolo fa e oggi debellata coi progressi della medicina. Proviamo a sostituire "ingegnere meccanico" con "Andrew Wakefield". Proviamo a sostituire "stampa specializzata" con "The Lancet". Proviamo a sostituire "ciclisti tradizionalisti" con "complottisti". Ancora niente?

Sto chiaramente metaforizzando l'immensa bufala complottarda che vede una correlazione tra vaccini e autismo. Ed è anche recente lo sbarco in tribunale con vittoria complottarda.



E infine un video per farci 2 risate amare...

giovedì 23 ottobre 2014

STØRM - Lap Dancer



E così alla fine, a furia di scrivere cazzate sul web e aiutare gente a caso a montare le bici, è andata a finire che mi sono beccato una specie di sponsorizzazione / collaudo da parte di una freschissima azienda italiana che si è lanciata nella vendita di telai. Sto parlando della Storm Cycles che ha presentato i suoi prototipi alla scorsa Red hook Criterium 2014 a Milano. Il modello che mi sono beccato io è il Lap Dancer: una belva appositamente progettata per le criterium a scatto fisso che danza tra le curve giro dopo giro.



Il telaio è un bellissimo alluminio fatto in italia, rigido in accelerazione e preciso in curva. Il peso, nonostante le prestazioni e nonostante non sia una priorità di questa disciplina, rimane abbastanza contenuto. Il reggisella integrato è una menata infinita quando c'è da montare correttamente la sella alla giusta altezza, ma il feeling nella guida risulta migliore di qualsiasi altra bici abbia provato fino ad oggi. Insomma voi godrete, ma il vostro meccanico sucherà duro.



Lo sterzo è giustamente conico e la forcella è completamente in carbonio, necessita degli attrezzi giusti per tagliarla, ma si comporta bene e pesa poco. I puristi storceranno il naso per il foro del freno, ma questa bici è un prototipo e monta soluzioni che potrebbero essere provvisorie. A me comunque va solo bene perché non mi sono mai piaciute le forcelle da pista, le trovo troppo incazzate.


Il reparto trasmissione è affidato a un economico ma efficace mozzo novatech rimarchiato on-one e a una guarnitura Shimano Ultegra da strada che con la sua linea catena da 41 mm per la corona interna è perfetta su una bici da pista. Ho scelto delle pedivelle da 172.5 mm perché 1 sono alto e 2 il movimento centrale di questa bici è parecchio distante dal suolo ed è impossibile toccare coi pedali anche nelle peggiori pieghe. Poi se la usa lui una guarnitura strada per girare in pista, direi che posso farlo anch'io.



Il controllo del mezzo avviene grazie a uno stem 3T Arx pro e a una piega Easton EA50, entrambi in alluminio.



Sì, lo so, ho nastrato asimmetricamente...



Le ruote sono un ibrido strada / pista con cerchi Alex Rims Pro 28 a 24 raggi sfinati 2.0-1.8-2.0 incrociati in seconda su mozzi Novatec e kore. L'anteriore è da strada per mere questioni di praticità nel montaggio. Copertoncini Schwalbe Ultremo da 23, splendidi.




La verniciatura di questi bolidi è stata affidata ai ragazzi di krokodil customs.





Non ho ancora idea di quanto costerà al pubblico un telaio del genere, ma sicuramente sarà più caro dei vari prodotti taiwanesi a basso costo e forse anche dei concorrenti di alcuni noti marchi italiani e non. Quello che però è sicuro è che la qualità si paga e questo è un telaio di altissima gamma. Sono stato, e sono tuttora, un felice proprietario di un Dolan Pre Cursa, anche lui in alluminio e anche lui montato con componenti molto simili se non prprio identici. Be' il confronto è stato spiazzante. Dove il Dolan flette lo Storm rimane granitico, dove il Dolan ha delle imperfezioni (storica la sbavatura nell'alluminio della sede della serie sterzo che ho dovuto limare) lo Storm è pulito. Stesso discorso a livello di prestazioni: preciso, agile e veloce. Insomma, una lama. L'unica cosa che rimpiango del Dolan sono le saldature a vista. Non mi sono mai piaciute le limature, trovo che sia bello vedere il salamino del tig per poter apprezzare la precisione del telaista. Spero che nelle versioni di serie il costruttore si ravveda e opti per una scelta meno fighetta e più ignorante.


La gamma della Storm Cycles prevede altri due modelli: un pista più economico e meno orientato alle criterium e un telaio da città con i foderi posteriori saldati tipo GT, sloping ignorantissimo e tanta voglia di alleycat.

http://www.stormcycles.it
https://www.facebook.com/stormcyclesitaly
http://www.instagram.com/stormcycles

martedì 30 settembre 2014

Barcellona



In occasione della Red Hook Criterium sono andato a farmi un week end nella capitale catalana. Tralasciando volutamente la mia prestazione barbina in gara, mi piacerebbe soffermarmi sulla ciclabilità di una simile metropoli, sui suoi servizi e sulla percezione bike friendly che mi hanno dato gli utenti della strada.

Innanzitutto un breve cenno altimetrico: Barcellona è mediamente pianeggiante nella zona costiera per impennarsi sempre di più a ridosso delle collina che ospita il luna park del monte Tibidabo. Non mancano poi all'interno della città delle asperità modeste con pendenze importanti ma brevi.
Il mezzo con cui giravo era la classica bici da pista che per l'occasione era stata privata dell'impianto frenante. Rapporto 47:15. Col senno di poi avrei optato per qualcos'altro, magari una fissa frenata e con rapporto più agile di un paio di denti sul pignone o addirittura una ruota libera e 2 freni. Tuttavia, nonostante la bici un po' sbagliata e i saliscendi ho trovato la città mediamente molto ciclabile e fruibile sotto tanti aspetti.

Partiamo dalle strade. Asfalto liscio ma col giusto grip, corsie larghe, segnaletica chiara e un discreto numero di piste ciclabili quasi sempre separate dalle altre corsie e disegnate con criterio. Nelle ciclabili appunto c'è spazio sufficiente per transitare in sicurezza, si è sempre ben visibili nei confronti degli altri utenti della strada e soprattutto non ho trovato un solo pedone che sia uno né un'auto o una moto parcheggiata né cani al guinzaglio o altri invasori molesti. Ma la cosa più furba in assoluto è la suddivisione dei grossi corsi a più corsie tra mezzi pubblici, mezzi a motore e piste ciclabili. La soluzione che pare andasse per la maggiore per i viali a 6 corsie è dedicare 4 corsie ai mezzi a motore (2 per verso), una corsia ai mezzi pubblici in un verso e una corsia alla pista ciclabile a doppio senso nel verso opposto. Perché non riusciamo a farlo anche in Italia? Ah certo, non ho considerato una massa di primati semianalfabeti che inizierebbe a sbraitare che è una manovra da ecologisti che penalizza i poveri lavoratori costretti ad usare la macchina per portare a casa la pagnotta e che la bici va bene per farsi il giro la domenica nel parco.





La gradevolezza delle mie pedalate catalane era in gran parte dovuta all'educazione e al rispetto degli automobilisti nei miei confronti. Per fare un esempio pratico basti dire che là il peggiore degli zarri lampadati con la macchina truccata e il braccio fuori dal finestrino è mediamente molto più rispettoso e meno impaziente di un qualsiasi padre di famiglia italico di quelli che pigiano a 100 all'ora per portare i figli a scuola a un kilometro da casa. Ovviamente il codice della strada vale per tutti e se giochi a MASH SF può capitare che la madama ti pinzi per multarti anche se sei in bici.


Ah, in tutto questo bendidio non mi è mai capitato, se non in situazioni di concentrazione disumana di ciclisti, di dover legare la bici a un palo o ad altri agganci di fortuna: Barcellona è disseminata di rastrelliere fatte abbastanza bene che, oltre a essere utili, minimizzano il degrado urbano delle bici bloccate su qualsiasi cosa agganciabile da un lucchetto.

Infine per chi non se la sentisse di usare l'ottima rete di trasporti pubblici di Barcellona, esiste anche un servizio di bike sharing. In questo caso l'opinione che posso dare è sulla carta, anzi sulla foto digitale che ho fatto alle bici parcheggiate nelle stazioni perché non ho avuto tempo di salire in sella a una delle tante biciclette rosse condivise. Un giudizio sintetico? Ben fatto. Le biclettine hanno ruote a dimensione differenziata per l'anteriore da 20" (credo) e 24" (di nuovo a occhio) posteriore. I freni sono a tamburo posteriore e a tamburo o a v-brake per l'anteriore. Il cambio è nel mozzo posteriore e ci sono dei bei parafanghi integrali e un carter per la catena, tutto molto ben coprente e protettivo. Il portapacchi anteriore è tutt'uno col manubrio, molto robusto e ospita un voluminoso fanale anch'esso corazzato che sembra preso in prestito da un safari africano. Il fanale posteriore è integrato nel telaio al nodo di sella, tutto alimentato dall'alternatore presente nel mozzo anteriore.
Il quadro che esce con queste specifiche tecniche è quello di una bici appositamente progettata per essere robusta, sempre affidabile e resistentissima agli agenti atmosferici. la ciliegina sulla torta forse sarebbe stata una trasmissione ad albero cardanico, ma niente è perfetto. Lascio ai maligni l'onere di fare un paragone con quei rottami di city bike da supermercato sempre sfasciate e sbloccabili in numero illimitato che mette a disposizione ToBike in quel di Torino.


Insomma, sono stato in una metropoli avanti anni luce rispetto alle nostre e la cosa più sorprendente è che non fossimo nel tanto idolatrato nord europa, ma in un paese che tradizionalmente e culturalmente è molto simile al nostro. La sola differenza è che da noi le cose si fanno come sempre a membro canino senza valutare conseguenze a lungo termine. Da tornarci assolutamente.

lunedì 28 aprile 2014

On-One Pompino: nome infelice per una bicicletta super divertente

La scusa che trovo per comprarmi una nuova bici è sempre la stessa: ho parecchi pezzi che stanno in garage a prendere polvere e mi manca solo un telaio per montarceli sopra e poterli usare. Così lo scorso settembre, giusto in tempo per la prima garetta di ciclocross, mi sono fatto l'ennesima bici monovelocità.
Il telaio e la forcella sono in acciaio al cr-mo di fabbricazione taiwanese e commercializzati On-One, sotto marca dedicata al fuoristrada di un'affermata azienda inglese che risponde al nome di Planet X Bikes. Il modello è il ben noto telaio da ciclocross single speed che si chiama come quella cosa che tanto piace a noi maschietti quando torniamo a casa dopo una gita in bici... e non sto parlando di una pinta di birra ghiacciata. Il pezzaccio di ferro presenta saldature curate, una verniciatura resistente e una cura complessiva nei dettagli che si direbbe prerogativa di telai ben più costosi. Ho optato per la taglia XL su cui sto abbastanza comodo col mio metro e novanta, anche se il fuorisella e la quantità di spessori sopra la serie sterzo mi suggeriscono che forse è un filo piccolo. Comunque ci ho già fatto 160 km in una botta sola e non sono morto di dolori articolari, quindi non mi lamento.
Nella guida mi ha piacevolmente stupito. Era da tempo che non usavo seriamente una bella bici tutta d'acciaio e anche io affermo con orgoglio che "steel is real". Le asperità vengono ben filtrate senza accanirsi su schiena e polsi mentre quando c'è da scaricare la potenza della pedalata sulla trasmissione non si avvertono flessioni indesiderate e la bici scatta in avanti come ci si aspetta. Dopo anni di alluminio mi sono ri-innamorato dell'acciaio e potrei farci un pensierino per una futura bici da strada.
La trasmissione è single speed con rapporto 39:18 per cercare di fare un po' di tutto, anche se usandolo non l'ho trovato poi così versatile. È vero che con questa combinazione di corona e pignone sono riuscito a muovermi in città, in ambito extraurbano e a fare qualche garetta di ciclocross insieme a gente col cambio senza troppo sfigurare, ma per essere competitivi ci starebbe un dente in più sulla ruota libera in fuoristrada e uno in meno su asfalto.
 
La guarnitura è una Shimano Tiagra con giro bulloni 130 e pedivelle da 175 mm. La cosa gradevole è che usando la corona interna si ottiene una perfetta linea catena con mozzi da pista, nel mio caso dei Novatec.
Le ruote sono composte appunto da mozzi Novatec, 28 raggi DT competition radiali davanti e in terza dietro montati su cerchi DT R520.
L'impianto frenante consiste di una coppia di mini v-brake della tektro azionati da leve strada Shimano e una coppia di levette supplementari ai lati dell'attacco manubrio che ho trovato estrememente comode nei ripidini dei circuiti da ciclocross e nella guida in città quando c'è da stare un po' più alti per avere una visione migliore sul traffico se c'è da impegnare un incrocio o anche solo in caso di guida rilassata.
Se qualcuno si sta chiedendo come mai il telaio e la forcella non siano dello stesso colore, la risposta è molto semplice: la forcella era un pezzo invenduto di qualche anno fa e costava meno di quelle dello stesso colore del telaio. Rischiando di fare come la volpe con l'uva mi sbilancio nel dire che l'accostamento cromatico mi garba parecchio.
Con un paio di luci a led il Pompino diventa una splendida commuter più versatile di una fissa e comoda quasi come una passeggiona.